L’ho rivista alla cassa: la mia ex moglie era irriconoscibile, e io…
«Davide, hai preso il latte?» La voce di mia madre mi risuona ancora nelle orecchie, anche se sono ormai un uomo di quarantacinque anni. Ma oggi, mentre sto in fila alla cassa del supermercato Esselunga di via Torino, la voce che mi tormenta è la mia. “Perché sei qui, Davide? Perché sei solo?”
Il bip monotono della cassa automatica mi distrae dai miei pensieri. Guardo il carrello: latte, pane, una bottiglia di Chianti, biscotti secchi. La spesa di un uomo che vive da solo, che si arrangia. Mi passo una mano tra i capelli, ormai più grigi che castani, e sospiro. È sabato mattina, e il supermercato è pieno di famiglie, coppie che discutono su quale pasta comprare, bambini che piagnucolano per un pacchetto di patatine. Io sono solo. Come sempre, da quando Claudia se n’è andata.
Non la vedo subito. Sento solo il rumore dei tacchi, un suono deciso, elegante, che stride con il pavimento lucido. Mi volto, quasi infastidito, e la vedo. Claudia. La mia ex moglie. Non la riconosco subito: i capelli biondi raccolti in uno chignon perfetto, un vestito rosso che le cade addosso come una carezza, tacchi alti che la fanno sembrare ancora più sicura di sé. Sorride. Sorride davvero, con gli occhi che brillano di una luce che non le vedevo da anni. Sta parlando con la cassiera, ride, scherza, come se il mondo fosse suo.
Il cuore mi si stringe. Mi sento piccolo, invisibile. Claudia passa davanti a me, senza nemmeno accorgersi della mia presenza. Il suo profumo mi colpisce come uno schiaffo. È cambiata. È felice. E io? Io sono rimasto fermo, bloccato in una vita che non mi appartiene più.
«Davide?»
Mi volto di scatto. È Marco, il mio vecchio amico d’infanzia. «Oh, ciao Marco…»
«Tutto bene? Sembri aver visto un fantasma.»
«No, niente… ho solo rivisto Claudia.»
Marco mi guarda, poi segue il mio sguardo. «Ah, la tua ex. Sembra rinata, eh?»
Annuisco, incapace di parlare. Marco mi dà una pacca sulla spalla. «Dai, non pensarci. È passato tanto tempo.»
Ma come si fa a non pensarci? Come si fa a dimenticare dieci anni di vita insieme, le vacanze in Sardegna, le litigate per la spazzatura, le risate davanti a un film stupido la domenica sera? Come si fa a cancellare tutto con un colpo di spugna?
Mi ricordo ancora l’ultima sera insieme. Era inverno, pioveva forte. Claudia era seduta sul divano, le mani intrecciate, lo sguardo perso nel vuoto. «Non ce la faccio più, Davide. Non sono felice.»
«Ma cosa ti manca? Abbiamo tutto…»
«Non ho te. Non ho più noi.»
Avevo alzato la voce, avevo detto cose di cui mi sarei pentito. Lei aveva pianto, poi aveva fatto le valigie. Da allora, il silenzio. Nessun messaggio, nessuna telefonata. Solo il vuoto.
Adesso la vedo lì, radiosa, circondata da amici, forse da un nuovo amore. E io? Io sono ancora qui, a raccogliere i pezzi di una vita che non so più come ricostruire.
Pago la spesa in silenzio. Esco dal supermercato, il sole mi acceca. Claudia è lì, che parla con una donna più anziana, forse sua madre. Ridono, si abbracciano. Mi viene da piangere. Mi siedo su una panchina, il sacchetto della spesa tra le gambe.
«Davide?»
Questa volta è mia sorella, Francesca. «Che ci fai qui da solo?»
«Niente, ho fatto la spesa.»
Mi guarda, preoccupata. «Hai visto Claudia, vero?»
Annuisco. Francesca si siede accanto a me. «Non puoi continuare così. Devi andare avanti.»
«Non è facile, Fra. Non è facile vedere che lei sta bene, che ha ricominciato a vivere, mentre io sono fermo.»
«Ma tu cosa vuoi davvero, Davide? Vuoi tornare indietro, o vuoi finalmente vivere anche tu?»
Non so rispondere. Mi sento svuotato. Francesca mi stringe la mano. «Vieni a cena da noi stasera. Non restare solo.»
Annuisco, grato. Ma dentro di me so che la solitudine non si cura con una cena in famiglia. È una ferita che brucia, che non si rimargina.
Torno a casa, un piccolo appartamento al terzo piano di una palazzina anni Sessanta. Le pareti sono spoglie, il letto disfatto. Appoggio la spesa sul tavolo e mi siedo. Accendo la televisione, ma non ascolto. La mente torna sempre lì, a Claudia, al suo sorriso, alla sua nuova vita.
Mi chiedo dove ho sbagliato. Forse avrei dovuto ascoltarla di più, forse avrei dovuto cambiare, essere meno egoista. Forse non ero pronto a lasciarla andare, ma non ero nemmeno capace di tenerla con me. In Italia si dice che il tempo guarisce tutto, ma io non ci credo più. Il tempo, a volte, è solo un modo per abituarsi al dolore.
La sera arriva in fretta. Mi preparo, mi guardo allo specchio. Gli occhi sono stanchi, le rughe più profonde. Francesca mi accoglie con un sorriso, i suoi figli mi saltano addosso. Per un attimo, mi sento di nuovo parte di qualcosa. Ma poi, quando torno a casa, la solitudine mi avvolge come una coperta fredda.
Mi sdraio sul letto, guardo il soffitto. Penso a Claudia, a come è cambiata, a come io sono rimasto lo stesso. Forse è questo il vero dramma: vedere che la vita va avanti, anche senza di te. Che le persone cambiano, crescono, trovano la felicità altrove. E tu resti lì, a chiederti dove hai sbagliato, se hai ancora una possibilità di essere felice.
Mi chiedo: è davvero possibile ricominciare da capo? O siamo condannati a vivere nei rimpianti del passato? Voi cosa ne pensate?