Un Nuovo Collega al Lavoro: L’Inaspettato Sconvolge la Mia Vita (Storia Italiana Vissuta)

«Davide, ma davvero tua moglie ti aspetta ogni sera?», chiese Lucia, fissandomi con quegli occhi color nocciola pieni di curiosità e qualcosa che non riuscivo a decifrare. Mi bloccai, la penna tra le dita, lo schermo del computer ancora illuminato con il foglio Excel che fingevo di controllare.

Non seppi cosa rispondere. Da mesi ormai, quando tornavo a casa, trovavo Giulia sempre immersa nel suo telefono, o davanti alla TV, la cena pronta, sì, ma il sorriso spento. La routine aveva rosicchiato via ogni entusiasmo; io mi sentivo invisibile, e lei distante, come se vivessimo nello stesso appartamento da estranei. «Eh, sì, più o meno… Cioè, sa che torno verso le sette…» balbettai. Lucia chinò la testa da un lato, con la frangetta che le copriva la fronte. «Più o meno, Davide? Curioso modo di definire la tua serata.»

Mi colpì improvvisamente la sua franchezza, l’incisività delle sue parole. Non era come le altre colleghe, sempre gentili ma distaccate. Lei era arrivata da appena due settimane nell’ufficio amministrativo della filiale milanese, e già tutti la notavano – a volte per la battuta pronta, altre per quella strana energia che portava nei corridoi spenti delle nostre giornate grigie.

Il pomeriggio scivolò lento, la domanda di Lucia mi martellava in testa. Quando ci si sentì di nuovo davanti alla macchinetta del caffè, ridusse la distanza. «Dai, andiamo a fare due passi dopo il lavoro? Non posso vedere una persona come te affondare nella noia.» Crispò le labbra in quello che poteva essere un incoraggiamento o una provocazione.

Avevo sempre avuto la fama dell’uomo affidabile, quello che non esce mai dal seminato, che arriva puntuale, che si sforza di fare tutto ‘bene’. Una vita rassicurante, o forse solo monotona. Ma in quell’istante, tra il rumore del treno in lontananza e l’aroma di caffè bruciato, mi presi una pausa dalla normalità. «Va bene, Lucia. Facciamo questa passeggiata.» Lei si illuminò, e non so se riconobbi un lampo di complicità nei suoi occhi, o era solo frutto delle mie fantasie.

La sera calava tiepida su Milano, e i Navigli risplendevano di luci tremolanti. Camminavamo affiancati, i nostri passi che sembravano seguirsi a distanza regolata, come due ballerini inesperti. «Mi sembri triste, Davide», disse lei dopo un po’. «Vedi, la maggior parte delle persone si nasconde dietro il lavoro, ma tu non lo fai neppure bene. Assomigli a uno che ha smesso di provarci.»

Mi girai di scatto verso di lei, un po’ risentito. «E cosa ne sai tu della mia vita? Non è che sia tutto facile… Mia moglie… Giulia… non è la donna che ho sposato. O forse sono io che sono cambiato.»

Fece spallucce. «Sapere dove sta il problema non aiuta se non lo affronti… A me sembra che tua moglie non ti apprezzi più, Davide. E tu ti ci adagi, come un vecchio maglione sformato.»

Quelle parole furono come uno schiaffo. Eppure, c’era una parte di verità in quello che diceva. Perché, di fronte a ogni piccolo gesto di Giulia, io ero ormai diventato spettatore e non più protagonista. Rimanevo seduto sul divano aspettando… non sapevo neanche più cosa.

Lucia si avvicinò un poco di più, il suo profumo mi investì e mi ricordò altri tempi, le notti di festa da giovane, i sogni ancora da realizzare. «Davide, permettiti il lusso di essere infelice. Ma poi decidilo tu quanto vuoi soffrire.»

Quando rientrai quella notte, Giulia era già a letto. La luce sul comodino filtrava appena dalla porta socchiusa. Guardai il nostro letto, quello comprato insieme con tanto entusiasmo anni prima, ora solo una distesa fredda. Mi spogliai in silenzio, cercai di toccarla con una carezza lieve. Lei si voltò, non aprì gli occhi.

Il mattino dopo al lavoro, Lucia mi osservava con la complicità di chi ha aperto una porta proibita. «Hai pensato a quello che ti ho detto?» Sorrise quando vidi la mia esitazione. «Lascia che la vita ti scuota, Davide. Il resto sono solo apparenze.»

Le settimane successero l’una all’altra, io e Lucia ci ritrovavamo sempre più spesso a parlare — non solo di lavoro, ma di sogni, di cosa avremmo voluto da ragazzi, di progetti lasciati a metà. Una sera, dopo una lunga chiacchierata su una panchina, lei mi sfiorò la mano. «Puoi ancora scegliere con chi voler essere davvero» mi disse.

TORNATO A CASA TROVAI GIULIA, PER LA PRIMA VOLTA DA TEMPO, CHE MI GUARDAVA FISSAMENTE. «C’è qualcosa che non va, Davide?», mi chiese, e sentii tutta la stanchezza della sua voce. Decisi di essere sincero. «Mi sento solo, Giulia. È come se fossimo due sconosciuti che dividono uno spazio.»

Lei non rispose subito. Si sedette accanto a me, lo sguardo basso. «Non so cosa sia successo. Ma tu non parli mai… Non chiedi, non ti arrabbi, non sorridi nemmeno… Forse non te ne importa più?»

Colpito dal suo dolore, mi accorsi che i muri li avevo costruiti anche io. Che la fuga verso Lucia era solo un sintomo, non la causa del mio malessere. Restammo in silenzio, poi Giulia disse: «Se non riesci più a stare con me, dimmelo. Forse meritiamo tutti qualcosa che ci faccia battere il cuore.»

Nei giorni successivi, la doppia vita si fece insostenibile. Lucia mi chiamava, voleva vedermi, capire se anche io avevo dentro quella fiamma che lei sentiva. Giulia invece mi chiedeva di ricominciare, di tentare una terapia di coppia, di non gettare tutto all’aria. Ero lacerato tra il senso di colpa, il desiderio, il conforto della sicurezza e la tentazione di provare a essere ‘vivo’ di nuovo.

Una sera, mentre la pioggia batteva sulle finestre del nostro bilocale, guardai Giulia e dissi solo: «Non so più chi sono, Giulia. Ma vorrei capirlo… Solo, ho bisogno di sapere che non sono invisibile.»

Lei prese la mia mano e, per la prima volta da anni, piangemmo insieme. La notte mi portò solo una domanda, ronzante, angosciante: “Meglio rischiare tutto per scoprire chi possiamo diventare, o restare immobili, a galleggiare sul passato che non esiste più?” E voi, quando vi siete sentiti davvero visti, davvero amati?