Il sorriso di mia madre: tra musica, silenzi e rinascite

«Aurora, vieni qui subito!», urlò mia madre dal corridoio, la voce ancora roca ma vibrante, come allora sul palco del Teatro Ariston nel lontano ’84. Avevo appena spento il telefono, stanca di rispondere ai colleghi invadenti dopo la mia breve intervista in radio. Avevo ancora l’eco delle sue note in sottofondo, perché a casa nostra la musica non si spegne mai davvero.

«Arrivo, mamma», sospirai sottovoce, ma sapevo già che il giorno non era iniziato bene.

Quando entrai in salotto, la vidi davanti allo specchio di famiglia appeso sopra la credenza in noce. Indossava una felpa nera con il cappuccio tagliata a regola d’arte, elegante e sorprendentemente adatta a lei, che aveva fatto della raffinatezza il suo marchio. Sui tratti levigati dalla vita e dal trucco, il taglio bob che avevamo scelto insieme brillava lucido e geometrico.

«Mi sono fatta vecchia davvero, Aurora?» mi chiese, senza girarsi.

Cercai di non riderle dietro. Mia madre, la stessa che da giovane aveva infiammato i giornali con il gruppo “Le Armonie”, era ancora bellissima, anche più di quei poster sbiaditi che mio padre tiene gelosamente in cantina.

«Ma va’, mamma. Hai un aspetto che metà delle donne ti invidierebbe! Guarda qui».

Presi il telefono e, con un sorriso, le scattai una foto. In quell’attimo lo specchio si trasformò nel vecchio obiettivo di un fotografo dietro le quinte di Sanremo e io di nuovo bambina, ad aspettarla nei camerini pieni di profumo dolce e lacca.

Ma la realtà non era più quella di allora. Non c’era più la folla, né i fiori o i regali. C’era solo casa nostra, un po’ spoglia, troppo grande ora che papà aveva trovato rifugio nelle sue bottiglie e io, laureata in lettere, arrancavo tra contratti precari e sogni ancora appesi.

Mamma posava davanti al telefono, il sorriso largo, ma appena abbassai la fotocamera la vidi spegnersi. I suoi occhi sfuggirono ai miei.

«E tuo padre?» domandò, la voce tagliata dritta come il suo nuovo bob. «Non l’hai visto stamattina?»

Mi irrigidii. Papà aveva dormito in sala, la poltrona coperta da una coperta rossa rattoppata mille volte. Aveva spento la tv solo all’alba, poco prima che il piccolo mercato sotto casa iniziasse a montare i banchi di frutta e il profumo di pane fresco salisse dalle vie umide di Varese.

«Ancora a dormire», sussurrai. «Ma non preoccuparti, oggi toccava a me portarti dal parrucchiere.»

Per un momento, silenzio. Poi mamma sorrise di nuovo, ma era il sorriso stanco di una donna che ha vinto mille battaglie contro se stessa.

Quella mattina il bar era già pieno. Giulio, il vecchio parrucchiere, posò la rivista di moda e guardò mia madre con quella riverenza che solo i paesani sanno conservare per le celebrità a loro modo cadute in disgrazia.

«Signora Elena, è pronta per cambiare look?»

Lei annuì. Io rimasi in disparte, stringendo la tracolla e cercando di non farmi notare, consapevole che tutti gli sguardi erano per lei. Non era mai stato facile essere la figlia di Elena D’Amico, non lo era stato da piccola, quando la maestra mi chiedeva di cantare alle recite di Natale “come tua madre, che ha una voce così chiara!”. E nemmeno ora che era fragile, sola, eppure ancora piena di una forza che io le invidiavo.

Mi sedetti. Un bisbiglio mi colpì alle spalle: «Hai visto Elena? Sempre elegante. E la figlia… con quei libri!», sussurrò una signora con i capelli verdi. Finsi di non capire, ma una fitta familiare mi trafisse. Era così per noi: sempre tra il plauso del pubblico e i sussurri maligni della provincia. Sotto quella luce, mia madre mi sembrò di colpo lontanissima eppure più vicina che mai.

Dopo un’ora, uscimmo dal salone. Il bob le incorniciava il viso, tirando fuori tutti i riflessi ramati che avevo amato fin da bambina. Lei si guardò nello specchio del cellulare, provò un mezzo sorriso, poi guardò me.

«Promettimi che oggi facciamo qualcosa solo per te. Da quanto non ti diverti, Aurorina?»

Non le risposi. Salutai Giulio con un cenno e la trascinai verso il lago per una passeggiata. Una brezza gelida tagliava l’aria, ma per la prima volta da mesi sentii il cuore libero. Mamma parlava poco, ma ogni tanto stringeva la mia mano senza dire niente, e quelle dita secche e calde mi rassicuravano.

Quando tornammo a casa, papà era in piedi davanti al lavello. Mi guardò appena.

«Sembri giovane, Elena» disse senza ironia, con quel tono che aveva solo quando ricordava gli anni d’oro. Lei rise. Io rimasi tra loro, figlia di un amore antico ormai logoro ma vivo. Il vero conflitto era sempre tra questi silenzi: papà incapace di perdonarsi di aver abbandonato la musica per un mestiere ai cantieri, mamma che non aveva mai smesso di sognare ed io, schiacciata tra l’ombra e la luce di entrambi.

Quella sera, la foto di mamma nel suo nuovo look fece il giro dei parenti su WhatsApp. Tutti rispondevano con cuori e applausi. Io restai a guardarla, mentre sistemava le ultime note di una vecchia canzone che, forse, non avrebbe mai più cantato pubblicamente. «Eri felice davvero?» chiesi piano.

Lei mi guardò dritta negli occhi.

«Ti sembra poco essere ancora qui, con questo corpo che resiste, con una figlia come te?» Fece una pausa. «Aurora, io e te siamo la canzone che non finisce mai.»

Sono passati giorni da quella foto. Ogni tanto la riguardo e penso a quanto la felicità sia fatta di pause e silenzi, di tagli netti come un bob, di sorrisi improvvisi che portano luce anche in un salotto spoglio. Forse, penso, non siamo mai troppo grandi per imparare a brillare di nuovo.

E voi, che rapporto avete con chi vi ha dato la vita? Si può amare davvero qualcuno che si è trasformato mille volte davanti ai vostri occhi, senza mai poterlo conoscere fino in fondo?