Una madre che non ha mai detto “scusa”: storia di un amore negato e di dovere
«Emma, hai preparato il tè come ti ho chiesto? E per favore non dimenticare di tagliare il pane a fette sottili, come piace a me.»
La voce di mia madre riempie la cucina, attraversa la casa come un vento freddo nelle mattine d’inverno. Sono seduta, le mani strette intorno a una tazza che non ho ancora portato alle labbra. Osservo il vapore salire nell’aria, i ricordi salire insieme a lui: la voce di mia mamma sempre tesa, mai un complimento, mai un abbraccio, nemmeno una carezza quando da bambina tornavo a casa con le ginocchia sbucciate. Quella voce ora continua, scandisce ordini come se fosse ancora tutto uguale, come se in questa stanza non ci fosse tutto il passato rimasto incastrato tra le fughe delle piastrelle.
Mi chiedo da quanto tempo non sento che il mio cuore batte per altro che non sia la rabbia. Mi guardo le mani, rovinate dalla vita, dalle mille volte in cui ho stretto i pugni per non piangere davanti a lei.
«Emma, non hai sentito? Ti sto parlando!»
«Sì, mamma. Sto arrivando», rispondo, con la stessa voce piatta che usavo a scuola quando la maestra voleva sapere chi non aveva fatto i compiti. C’è una parte di me che vorrebbe gridarle che non posso più essere quella bambina, che il tempo è passato anche per me e per il nostro rapporto ferito, ma il coraggio si nasconde sempre proprio quando mi servirebbe di più.
La quotidianità qui a Viterbo è fatta di appuntamenti da rispettare, di bus persi e linee ferroviarie che si incrociano come le ansie che mi porto dentro. Dopo la morte di papà, due anni fa, sono tornata a vivere con lei. La sua salute era diventata fragile, un’altalena di piccoli e grandi disturbi – la pressione, il fiato corto, le ginocchia che scricchiolano. Ma la voce, quella non si è mai incrinata. Ancora oggi suona come un comando nella mia vita.
Ogni mattina, mentre le preparo la colazione, mi domando: come sarebbe stato se mamma mi avesse detto anche solo una volta “ti voglio bene”? Se avesse posato la mano sul mio capo invece che voltarsi via quando piangevo. Se, dopo una delle nostre tante liti, invece di farmi sentire in colpa mi avesse abbracciata. Ma le domande non fanno rumore, restano sospese, a mezz’aria, come l’odore di caffè bruciato nei pomeriggi d’estate.
Era gennaio quando sono tornata. La casa aveva ancora le tracce della vita con papà: la sua giacca piegata sullo schienale della sedia, un paio di occhiali dimenticati sul tavolo, il suo posacenere colmo di ricordi. Mia madre ha cancellato la maggior parte di questi resti nel giro di pochi mesi. Il suo modo di affrontare il dolore è sempre stato quello di agire, mai di sentire. “Non serve parlarne, Emma. La vita va avanti.” E io, io sentivo solo quel vuoto riempirsi di silenzi.
Conosco persone la cui infanzia somiglia a un’ora magica: la mamma prepara la merenda, stringe la mano nelle notti di tempesta, racconta storie con voce dolce. La mia infanzia invece era fatta di doveri, di compiti, di punizioni. “I piagnistei non servono a niente. Se vuoi ottenere qualcosa, devi lavorare.” E io ho lavorato, mamma. Ogni giorno della mia vita, per meritarmi l’amore che non sono mai sicura di aver ottenuto.
Qualche giorno fa, mentre sistemavo il suo armadio, l’ho sentita lamentarsi con la signora Maria, la vicina: «Emma non capisce quanto sono stanca, a volte credo che lo faccia apposta a lasciarmi sola. È sempre stata una bambina difficile, sempre chiusa nei suoi pensieri.» Ho sentito la rabbia salirmi su fino alla gola, come un nodo che non passa. Sono uscita senza dire una parola e ho camminato sotto la pioggia fredda, fino al ponte del quartiere. Volevo urlare, spaventare anche i piccioni sopra le tegole. Ma ho solo pianto, finalmente, dopo tanto tempo.
Una settimana fa, durante la cena, ho provato a parlarne.
«Mamma, tu pensi… pensi che io abbia mai fatto qualcosa di buono per te?»
Lei ha alzato lo sguardo dal piatto, con quell’occhiata dura che le conosco bene. «Le cose buone le fa chi non si lamenta mai. Una vera donna di casa stringe i denti, non si mette interrogarsi sul passato.»
Ho masticato la pasta come fosse carta. L’amore, quello vero, dov’è? Si nasconde tra queste mura fatte di rimproveri e silenzi. Forse non esiste.
I giorni scorrono lenti, tutti uguali. La città fuori continua la sua corsa: i bambini gridano nei cortili, gli autobus arrancano sui sanpietrini, la gente si accalca al mercato del sabato. Io mi sento invisibile, una turista nella mia stessa vita. Ogni tanto penso a cosa sarebbe successo se non fossi tornata; a Roma avevo un lavoro e un piccolo appartamento con le pareti color ocra che mi facevano sentire al sicuro. E un uomo, Luca, che mi ha lasciata poco prima che papà morisse: «Non posso vivere con questa tua tristezza addosso, Emma». Mi manca, ma non ho mai avuto il coraggio di dirglielo.
Stasera, di nuovo, sono qui a scrivere queste parole perché non posso più tenermele dentro. Ho trentasei anni, eppure davanti a mia madre sono ancora la bambina che cercava di compiacerla ad ogni costo. Sento il passato gravare sul presente come una coperta troppo pesante. Mi chiedo come sia possibile voler bene a qualcuno che non ha mai saputo accogliere la tua fragilità. Eppure, nonostante tutto, stasera sono qui. A tagliare il pane a fette sottili, a passarle la tazza di tè come fosse un rituale sacro.
«Emma, puoi portarmi la coperta? Fa freddo in salotto.»
«Arrivo, mamma.»
E mentre lo dico, mi chiedo se tutto questo abbia davvero un senso. Se il dovere e la compassione possano mai colmare il vuoto lasciato dalle parole mai dette. Forse non avrò mai la risposta. Ma voi, riuscireste a perdonare chi non ha mai saputo chiedervi “scusa”?