Quando sono tornato a casa, Priscillone non c’era più — La mia scelta tra l’amore tossico e il mio gatto
«Ma quanto può durare ancora questa farsa, Paolo?» Le parole di Marta rimbombavano nella mia testa mentre camminavo veloce sotto i portici, con le chiavi che tintinnavano in mano. Ogni volta che tornavo a casa, il fiato si accorciava: non per la stanchezza del lavoro in banca, ma per quella cappa pesante che Marta sapeva stendere ovunque. Era diventata nervosa per ogni minimo dettaglio, per ogni mia scelta. E io, invece di risponderle, abbassavo la testa e contavo i minuti prima di rifugiarmi nella mia stanza, dove almeno Priscillone — il mio gatto enorme e dal muso bianco come la panna — mi aspettava paziente sul letto. Solo lui sembrava capirmi.
Quella sera, alzai lo sguardo dalle scale e notai la porta socchiusa. Era strano, di solito Marta chiudeva tutto. Entrai di corsa, una strana tensione allo stomaco. «Marta? Priscillone?» Niente. Il silenzio della casa non mi piaceva. Buttai lo zaino sulla sedia e corsi verso la camera. Il letto era vuoto. Niente coda bianca, niente occhi verdi che si socchiudono al mio arrivo. La sua ciotola era vuota, la pallina verde sotto la credenza, da sola. “Non l’avrà fatto davvero…”
Fuori pioveva da ore. Chiamai Marta con il cuore in gola, cercando di mantenere la voce ferma. «Hai visto Priscillone stamattina?»
Dall’altra parte del telefono silenzio, poi una risata secca. «Sai Paolo, forse avresti dovuto pensarci prima di farti ossessionare così da quel gatto. Dico solo che adesso magari avrai più tempo per me.»
«Cosa hai fatto, Marta? Dimmelo subito!»
«Tranquillo, non sono una pazza… ho solo aperto la finestra. Vediamo se ci tiene tanto davvero a questa casa!»
Mi scesero le lacrime. Presi il giubbotto e corsi giù per i vicoli della Maddalena sotto la pioggia, urlando il suo nome come un disperato. La gente mi guardava, qualcuno mi chiese se stessi bene. Non risposi. Mia madre, quando le raccontai dei primi problemi con Marta, mi disse: «Paolo, certe persone le tieni vicino per paura della solitudine, ma ti portano via tutto quello che hai. Anche chi ami.» In quel momento le sue parole pesavano come macigni.
Tornando a casa, trovai Marta seduta al tavolo, impassibile. «Non sopportavo più quell’odore di gatto, Paolo! Finché non cresci, non possiamo andare avanti.»
Le urlai contro, la voce incrinata. «Non è mai stato lui il problema!»
Lei raccolse le sue cose e quella sera stessa se ne andò. Il silenzio cadde. La casa sembrava ancora più gelida, come se ogni ombra dietro i mobili fosse colpa mia. Passai ore a girare per il quartiere, chiamando Priscillone tra le vie bagnate e fredde di Genova, ma niente. Alle due di notte, seduto sui gradini della chiesa di San Donato, mi chiesi perché la solitudine ci spinge a sopportare chi ci fa del male. Io avevo lasciato che Marta mi togliesse tutto: amici, risate, la leggerezza di tornare a casa.
I giorni passarono, lunghissimi, ogni sera la speranza si consumava un po’ di più. Mettere la crocchetta nella ciotola era come accendere una candela, tra la fede e l’illusione. Mia madre venne a trovarmi. «Non credere di essere sbagliato solo perché qualcuno ti vuole diverso. Priscillone era la tua famiglia.»
Una sera, ormai senza più fiducia, sentii un miagolio debole dal cortile. Uscii di corsa senza nemmeno prendere le chiavi. Sotto il portone, fradicio e infreddolito, c’era lui: Priscillone, più magro e spaventato, ma vivo. Lo presi in braccio, piansi e risi nello stesso istante. Lui si strinse al mio petto, come se volesse dire “non andartene più”.
Nei mesi seguenti sistemai la mia vita pezzo per pezzo. Tornai a sentire qualche amico, sistemai la casa, ripulii la camera che puzzava ancora di giorni tristi. Una domenica d’aprile, sulla panchina più soleggiata dei giardini di piazza Sarzano, capii che la libertà non era la solitudine ma la possibilità di scegliere chi far entrare o uscire dalla propria vita. Priscillone, col suo modo di strusciarsi tra le mie gambe, mi mostrò più amore di quante parole avessi mai ricevuto da Marta.
A volte mi domando ancora: «Perché ci ostiniamo a restare accanto a chi non ci accetta per ciò che siamo?» Forse l’unica cosa che conta davvero è sapere chi ci aspetta quando apriamo la porta di casa. E voi, siete sicuri di aver scelto chi vi vuole bene davvero?