L’Ultima Sedia: Mio Marito Non Mi Ha Mai Lasciata Sola

«Per favore, Claudia, non iniziare anche oggi», sussurro strozzando la rabbia nella gola, mentre l’ascensore dell’Ospedale Maggiore si chiude rumorosamente dietro di noi. Mia sorella mi fissa con occhi pieni di lacrime e un filo di risentimento: «Non posso far finta di niente, Elisa! Ogni volta che vedo il tuo viso, pallido come la mozzarella che papà tagliava la domenica, mi si spezza il cuore.»

Andrea stringe la mia mano. «Elisa ha bisogno di forza, non di rimproveri», dice piano, come un vento che vorrebbe spegnere la tempesta. Lui, sempre così calmo, oggi ha le mani fredde e umide. Ripenso ai giorni trascorsi tra queste mura, spalancate sulla città nevrotica di Milano, dove lo smog sembra entrare persino nei corridoi del reparto oncologico.

Oggi è l’ultima infusione di chemio. Se chiudo gli occhi, sento ancora il sapore metallico sulla lingua e l’odore pungente di disinfettante sulle lenzuola cerulee. Il cuore mi batte forte, bilanciato tra la paura che il mostro ritorni e la speranza di uscirne, finalmente, viva e ancora abbastanza donna. «Mamma torna presto», mi aveva detto ieri mio figlio Matteo, otto anni, stringendomi una bambola di pezza come portafortuna. Lo hanno affidato a mia cugina Teresa, perché il reparto non ammette bambini oggi.

Silenzio. L’infermiera Anna sbuca nella sala d’attesa, i capelli raccolti, occhi stanchi ma buoni: «Signora Marchesi, è quasi ora. Venga quando si sente pronta.» L’aria cambia. Sento la tensione nei muscoli delle mie gambe, come se avessi corso da Porta Garibaldi fino al Duomo senza fermarmi mai. Andrea si china verso il mio orecchio: «Qualunque cosa accada, questa è la fine di una corsa. O il suo inizio.»

Claudia mi stringe in un abbraccio improvviso, non richiesto: «Non lasciarci mai, ti prego.» Sorrido a metà, per non farla soffrire, ma ormai sento tra le tempie la vertigine di chi sta per attraversare un confine ignoto.

La sala chemio ha sei poltrone, tutte occupate da persone diverse, ma unite dagli stessi occhi: la paura ci livella. Accanto a me, un vecchietto con un cappello di lana verde brontola: «Con questa storia della chemio, non riesco a togliermi il sapore di ferro nemmeno a Pasqua!» Rido, quasi isterica, e Andrea mi guarda con soddisfazione. Lui è il tipo che trova sempre qualcosa di buffo, anche nella notte più nera.

Arriva il medico, dottor Ghelli, romano trasferitosi a Milano per amore di una donna, poi lasciato per un architetto, come confida spesso durante gli incontri mensili del gruppo di supporto. Mi stringe il polso: «Elisa, come ti senti? Ultima sedia oggi, eh? Sei la nostra campionessa.» Cerco una battuta, ma la voce mi tradisce: «Ho paura che la vita fuori di qui sia troppo per me, dottore.»

Andrea si irrigidisce. A casa ha già smontato tutti i farmaci dal mobiletto, nascosto cravatte nuove tra i cuscini, e compilato mille fogli per la scuola di Matteo. Fa tutto da solo, in modo che io veda solo il suo sorriso migliore. Mamma mi ha telefonato ieri, dal Sud: «Vorrei venire, ma non posso lasciare papà.» È sempre stata affetta da quel senso di colpa tossico, come tutte le madri della mia infanzia. Claudia e Andrea hanno litigato quell’estate al lago di Como, quando lui si era offerto di guidare la barca per tutti, ma mia sorella aveva insistito che fosse papà: «Solo lui conosce il lago.» Oggi, invece, conosco io il mio lago, quello delle chemio, delle notti insonni e dei capelli caduti nel lavandino.

Anna torna, picchietta il mio braccio alla ricerca della vena: «Stringi forte, Elisa. Siamo con te.» Il liquido scorre e io attendo che arrivi l’ondata di nausea, la solita vertigine. Andrea si avvicina e, col viso candido di chi ha pianto di nascosto ogni notte, passa il cellulare al marito accanto con le sue parole affettuose: «Oggi bisogna fare qualcosa di diverso». Si alza, va nell’angolo della sala e apre una vecchia radio portatile.

Parte “Nel blu dipinto di blu”. I pazienti ridono, perfino un’infermiera improvvisa un passo di ballo. Andrea prende la mia mano e la stringe sopra la flebo: «Tutto il reparto festeggia con noi, oggi. Non è finita: comincia una nuova vita, in cui siamo insieme. E te lo giuro, non ti lascio mai sola.» Nei suoi occhi, lucidi e stanchi, rivedo le notti in cui, tra flebo e cateteri, ha cercato di strapparmi al buio. E sento, per la prima volta dopo mesi, la voglia di restare.

A casa ci aspettano le domande: “E se il tumore torna?”. Claudia mi aiuta a infilare la giacca: «Posso venire a vivere da te qualche settimana?» Andrea annuisce, ma poi mi guarda, e in quegli occhi vedo una stanchezza feroce. Fa tutto per me, ma a che prezzo?

Tornata nel nostro piccolo appartamento tra i Navigli, una luce serale penetra dalle finestre aperte. Matteo corre verso di me, mi stringe: «Hai vinto, mamma!» Andrea ride e io piango, per la prima volta senza paura. Claudia cucina i tortellini che adorava papà quando lo portavamo alla trattoria in viale Monza. Mamma chiama, la voce rotta dall’emozione: «Hai superato l’inferno, figlia mia.» Io vorrei solo dormire, sentire ancora la mano di Andrea sulla testa — e sentirmi ancora viva, ancora desiderata da lui come una donna e non come una malata da accudire.

Chiudo gli occhi e penso: Quante famiglie resistono a tutto questo dolore? E sarà davvero una rinascita, o solo l’ennesima battaglia vinta prima della prossima tempesta?

A volte mi chiedo: saprà Andrea, davvero, quanto significa per me vedere che la sua ultima sedia è sempre, e solo, accanto alla mia?