Mio marito, il tirchio: Si può amare davvero chi conta ogni centesimo?

«Angela, hai lasciato la luce accesa di nuovo? Lo sai quanto costa quella bolletta?» La voce di Bartolomeo mi trafigge in cucina, appena faccio in tempo a posare le zucchine sulla tavola. Eppure oggi, con il temporale che ha scaricato pioggia sulle persiane tutto il giorno, un po’ di luce era diventata una carezza. «Non ci voglio pensare ogni volta che cammino in casa, Bartolomeo,» rispondo, il tono stanco. Lui sbuffa, conta le monete che tiene nella tasca, quel gesto nervoso e ripetitivo che fa anche davanti agli altri, durante le cene in famiglia, al supermercato, ovunque si parli di denaro.

Persino nostra figlia Giulia, che ha sedici anni e il sorriso di un’autunno dorato, ha cominciato a trattenersi, a rinunciare a piccole gioie. «Mamma, posso prendere quel gelato?» mi chiede spesso, guardando il banco frigo con occhi lucidi – e io so già che fra un attimo Bartolomeo le chiederà: «Non puoi aspettare? Prepariamo noi il gelato, costa meno.»

Mi ricordo di quando ci siamo conosciuti. Ero giovane, avevo ancora la speranza nei sogni. Bartolomeo mi aveva conquistata con la sua testa sulle spalle, la promessa di una sicurezza, di una casa nostra. Lui mi portava i fiori, sì, ma mai un mazzo comprato: li coglieva dal campo vicino, con il sorriso fiero. Sono cresciuta a Cuneo, in una famiglia onesta: papà muratore, mamma casalinga, abituata a sapersi arrangiare. Non sapevo ancora che c’è una differenza enorme tra l’essere parsimoniosi e diventare schiavi della paura di spendere.

La casa in cui abbiamo cresciuto Giulia porta ancora i segni della sua diffidenza verso la spesa: mobili regalati dagli zii, stoviglie sbeccate, il divano rabberciato con una coperta vecchia. La sua austerità mi era sembrata in principio una virtù. Poi la virtù è diventata ossessione. «Hai davvero bisogno di andare dal parrucchiere, Angela? Non posso tagliarteli io i capelli?» Ho imparato a sorridere di fronte ai parenti commentando: «Siamo creativi!» Ma il sorriso era sempre più stanco.

La vita in paese, tra la scuola di Giulia, il lavoro part-time in trattoria che adoro malgrado i turni lunghi, era già fatta di piccoli sacrifici. Ma l’avarizia di Bartolomeo era un’altra cosa. Ogni scelta – l’acqua da bere, i vestiti da comprare, anche il regalo di anniversario – era una battaglia silenziosa combattuta a colpi di scontrini e confronti di prezzi.

Una sera, ricordo un litigio feroce. «Non posso nemmeno comprare un libro per Giulia? Una volta ogni tanto?» avevo urlato, fuori controllo, davanti al suo ennesimo «Non se ne parla! C’è la biblioteca, è gratis!».

Si era fatto un silenzio glaciale. Ho visto lo sguardo di Giulia intristirsi, come se la nostra casa fosse diventata una prigione di monete contate.

Negli anni – sono già quindici da quando mi sono sposata – mi sono spenta lentamente. Ho smesso di comprare piccoli oggetti che mi facevano stare meglio. Un vestitino nuovo per la domenica? Via, troppo caro. L’aperitivo con le amiche? Raro, ma mai senza sensi di colpa. A volte mi sorprendo a piangere in bagno, piano, così che nessuno senta. Il mondo fuori va avanti, la trattoria chiacchiera, ride, il paese fa festa. Noi, invece, viviamo in una teca di vetro, divisi dall’ansia di spendere anche solo un euro di troppo.

Lui intanto non si accorge di niente, o forse non vuole accorgersi. Dice che lo fa “per il nostro bene”, che “così nessuno ci potrà togliere la casa, la tranquillità”. Eppure – che tranquillità è questa, se non si può ridere, amoreggiare, sorprendersi?

L’apice arriva qualche mese fa. Giulia compie diciassette anni. Vorrebbe una pizza con le amiche, una cosa normale, nulla di esagerato. Bartolomeo dice no, “meglio a casa, costa meno”. Giulia scoppia in lacrime: “Sei sempre lo stesso! Non capisci mai nemmeno di che cosa abbiamo bisogno!” Esce sbattendo la porta, va a dormire da un’amica. Io resto a tavola con la candela che si spegne, come la fiammella della speranza in me.

Passano i giorni. Le liti diventano silenzi lunghi, interminabili. Inizio a pensare che il problema sia io – forse non sono stata abbastanza brava a farlo sentire sicuro, forse sbaglio io a volere qualcosa di più. Chiedo consiglio a mia madre, che scuote la testa: «Angela, una donna non può vivere solo di rinunce. Sapessi quanto avrei voluto, da giovane, quel paio di sandali nuovi… E invece ora mi pesa più avere rinunciato alla mia gioia che aver risparmiato quattro lire.» Mi viene un nodo in gola.

Raccolgo tutto il coraggio che mi rimane. Un giorno, con il cappotto sulle spalle e la pioggia che picchietta sulle persiane, dico a Bartolomeo: «Io e Giulia abbiamo bisogno di altro. Non di solo pane e bollette pagate, ma di vivere, di sentire la leggerezza in fondo al cuore. Questo non è più amore, è paura.»

Il suo sguardo è duro. «Se vuoi rovinare tutto, accomodati» dice con freddezza. «Ma sappi che io sono fatto così, e non cambierò.»

La notte successiva non dormo. Mi giro e rigiro nel letto. Penso alla mia bambina, a me stessa, a quell’Angela che amava ballare e ridere e non si vergognava di chiedere un gelato, un abbraccio, una giornata al mare senza fare i conti stando con l’ansia.

Ho paura della parola “separazione”. In paese tutti parlano, giudicano. Ma ho ancora più paura di invecchiare in questa prigione dorata. Un giorno, guardando Giulia che studia col muso lungo, mi viene da piangere per tutto quello che non siamo riuscite ad essere. «Mamma, ti ricordi quando andavamo insieme alla fiera?» mi chiede. Sorrido, ed è un sorriso vero, questa volta. «Sì, amore. Dobbiamo ricominciare a vivere.»

Non so dove mi porterà questa strada, né se Bartolomeo capirà mai quanto pesa la sua ossessione. Ma mi chiedo: può esistere amore senza generosità, senza la libertà di desiderare e sbagliare insieme? E voi, fino a che punto si può sopportare una vita di rinunce per amore?